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Oria: diamo voce al nonno arrestato negli uffici dei Servizi Sociali e ai dipendenti comunali

Cronaca

Scritto da il 11 Febbraio 2015 - 16:26

Il 3 febbraio scorso, un nonno che voleva avere informazioni su dove fossero stati trasferiti i nipoti, che sino a quel giorno erano stati ospiti di un istituto di accoglienza di Oria, è stato arrestato dai carabinieri, perché accusato di aver aggredito verbalmente e fisicamente un’assistente sociale del comune di Oria.

Alla notizia dell’arresto sono seguite numerosissime discussioni sui social network.

Oggi, per completezza, riportiamo a seguire un messaggio di solidarietà alla collega dei dipendenti comunali di Oria e poi la versione dell’accaduto raccontata dal diretto interessato .

Per ulteriori dettagli sulla vicenda vi rimandiamo al precedente articolo Oria: gli portano lontano i nipoti, va in escandescenza negli uffici comunali

Palazzo di Città di Oria

Palazzo di Città di Oria

Le parole di solidarietà alla collega, diffuse dai dipendenti comunali di Oria:

«A S. A. – comunicano i dipendenti del Comune di Oria – vogliamo esprimere la nostra solidarietà per i fatti che le sono occorsi il 3 febbraio u.s., negli uffici del Comune.

La collega è stata colpita mentre era in servizio e a causa del servizio.

Tale vicenda ha impressionato tutti i dipendenti comunali, non solo chi è intervenuto in suo soccorso e ha assistito all’aggressione, ma anche coloro che non erano presenti.

Ciò che è accaduto alla dottoressa S.A. può, infatti, ricapitare ad ognuno di noi, considerata la pessima immagine dei dipendenti pubblici in questo momento storico, anche per colpa di certa propaganda che, generalizzando indiscriminatamente, alimenta azioni e atti di violenza immotivati e massimalisti.

Certamente, però, la cosa peggiore sono i commenti apparsi sui giornali on line, di apprezzamento verso il comportamento vile e violento dell’aggressore, che hanno ferito per la seconda volta e, forse, ancora più gravemente la nostra stimata collega.

Tali commenti hanno destato l’indignazione generale di noi tutti e, spontaneamente, abbiamo deciso di sottoscrivere il presente documento e di chiederne la pubblicazione, affinché sia chiara e forte la condanna rispetto al comportamento perpetrato dall’aggressore verso una persona colpita mentre faceva unicamente il suo dovere.

A S.A., a cui verrà consegnato il documento in originale, auguriamo una pronta guarigione, dalla ferite che riporta sul corpo e anche quelle, più profonde, derivanti dalle vili e ingiustificate offese che le sono state rivolte».

La versione del nonno, Antonio:

«Non sono un criminale», esordisce così il signor Antonio, telefonando alla nostra redazione dopo la pubblicazione della notizia del suo arresto, in seguito allo scontro verbale e – secondo le accuse – anche fisico, con un’assistente sociale del Comune di Oria.

Ci chiede di parlare di persona, vuole raccontarci la storia dal suo punto di vista, quello –  sicuramente di parte – di un nonno provato dall’allontanamento dei nipoti.

«Non dormo più, erano la mia vita. Li portavo e li riprendevo da scuola, andavamo a passeggio, tante volte li portavo allo scivolo a San Cosimo e ora non posso vederli e non so nemmeno dove si trovano. Sono malato di cuore e credo che non reggerò ancora molto a questa situazione. Io sono una persona per bene, non ho mai avuto problemi con la giustizia, tant’è che a casa avevo regolarmente le mie armi, che adesso i carabinieri mi hanno portato via».

Poi entra nel merito della vicenda, parlando dell’allontanamento dei nipotini, figli di sua figlia. Parte da lontano, con tanti dettagli, che in parte omettiamo per tutelare le altre persone coinvolte.

Insiste, più volte e più volte, sui «contrasti di vicinato» con un’assistente sociale del Comune di Oria, che negli anni avrebbero, a suo dire, «irrimediabilmente compromesso i rapporti» della sua famiglia con la stessa persona che poi ha dovuto relazionare sui suoi nipoti.

«Alla fine del 2011 – racconta – mio nipote più grande era molto “vivace” a scuola e per questo era stato richiamato prima dalle insegnanti e poi dagli stessi assistenti sociali. Gli era stato detto che se non si fosse comportato bene sarebbero venute delle persone a casa per portarlo in un istituto. Il bambino era terrorizzato da questa possibilità e ogni volta che arrivava qualcuno a casa si nascondeva. All’inizio del 2012 accadde l’irreparabile, un giorno mentre erano ospiti a casa di mia figlia più grande, zia del bambino, qualcuno citofonò. Il piccolo, come sempre quando sentiva il campanello, cercò di nascondersi e approfittando della porta aperta dal patrigno per raccogliere i panni, salì sul tetto e sfortuna volle che scivolò da diversi metri di altezza. Fu ricoverato in condizioni molto gravi e si salvò miracolosamente. Un terribile incidente, balzato agli onori della cronaca, che lasciò sconvolta tutta la mia famiglia».

Iniziò così l’iter di allontanamento del primo bambino, all’epoca di otto anni, e in seguito quello degli altri due più piccoli.

«Il più grande, in accordo con i giudici, fu affidato ad una struttura di Oria. Lì la madre e noi nonni andavamo spesso a trovarlo e il sabato e la domenica lo portavamo a casa. Poi, pian piano le possibilità di vederlo e di portarlo a casa avevano subìto delle restrizioni. Ci furono anche problemi, per un nuovo grave infortunio occorso al bambino mentre era in istituto».

«In seguito per far stare tutti vicini, sempre in accordo con il tribunale, mia figlia e i bambini furono accolti tutti insieme presso le suore di Oria. In seguito arrivarono delle nuove ospiti, altre ragazze madri da altre province, con cui nacquero dei contrasti con mia figlia. Una situazione difficile per la quale lei, essendo di Oria, decise di non dormire più nell’istituto, ma di andare soltanto durante la giornata».

Sembrava tutto sistemarsi
«Un paio di mesi fa, finalmente, in colloquio con il giudice – con cui non ci sono mai stati contrasti – ci era stato detto che se mia figlia, che nel frattempo ha un nuovo compagno, avesse trovato un lavoro e una nuova casa dove stare tutti insieme, le avrebbero ridato i bambini.
Immediatamente ci siamo attivati, abbiamo cercato un’abitazione in affitto e abbiamo speso ben 4000 euro per sistemare gli impianti. Lei ha ottenuto anche lavoro, è infatti giunta al primo posto nella graduatoria per una borsa lavoro ed era stata assegnata proprio al Comune di Oria. Tutto sembrava finalmente mettersi a posto, fino a martedì scorso».

Cosa accadde martedì 3 febbraio, secondo il nonno
«Erano da poco passate le 14:00, ero tornato a casa da campagna e avevo pranzato, quando mi telefonò allarmata mia figlia. Le suore l’avevano appena avvisata che alcune persone, incaricate dai Servizi Sociali di Oria, avevano prelevato i bambini per portarli in un’altra struttura. Noi non ne sapevamo nulla, nessuno ci aveva avvisato, né da Oria, né dal Tribunale di Lecce».

«Preso dalla disperazione andai immediatamente presso gli uffici comunali. Lì provai a chiedere dove e perché fossero stati spostati i bambini, senza ottenere risposte. A quel punto è vero, mi misi ad urlare, ma non volevo aggredire nessuno. Ho afferrato il braccio dell’assistente sociale chiedendo insistentemente dove stavano i bambini. Arrivò anche mia figlia, che vendendomi nervoso chiamò altri dipendenti comunali per cercare di calmarmi. Intervennero tre o quattro persone che mi tiravano. Io mi aggrappai e l’assistente sociale cadde, davanti ai miei piedi, dalla sedia con le ruote. Poi caddero dei libri e una stampante dalla postazione di lavoro. Iniziai anche a sentirmi male, un po’ per la situazione che si era creata, un po’ perché ero stato urtato all’ICD (defibrillatore cardiaco impiantabile). Fu a quel punto che io stesso chiamai il 112, per chiedere l’intervento dei carabinieri. Solo dopo li chiamarono anche dal Comune».

«Quando arrivarono i carabinieri andai via con loro. Arrivati in caserma fu chiamata un’ambulanza, perché non mi sentivo bene. Dopo i controlli al pronto soccorso, fui portato in caserma a Francavilla F., al mio ritorno a Oria il magistrato aveva stabilito che per il momento potevo tornare in libertà».

La figlia sospesa dal lavoro
«Tuttora non so dove siano stati portati i bambini, inoltre il giorno dopo abbiamo avuto una brutta sorpresa. Mia figlia, che non c’entra nulla con la mia reazione, è stata invitata dai dipendenti comunali a non andare più a lavoro. Una scelta secondo noi ingiusta e immotivata, infatti lei non è accusata di nulla, anzi era intervenuta per calmarmi e allontanarmi. Per questo ci siamo rivolti al nostro avvocato, perché ora senza un lavoro per lei rischia di sfumare la possibilità di riavere a casa i suoi bambini».

Oria: diamo voce al nonno arrestato negli uffici dei Servizi Sociali e ai dipendenti comunali

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