Questo sito utilizza Cookie propri ed esterni, anche a scopo pubblicitario e di profilazione. Continuando a navigare accetti il servizio.

CHIUDI

Oria.info Notizie

La leggenda del Golem di Oria raccontata da Elena Loewenthal su La Stampa di Torino

Cultura

Scritto da il 25 agosto 2018 - 18:26

La leggenda del Golem di Oria raccontata da Elena Loewenthal nella rubrica Tempi Moderni de La Stampa di mercoledì 22 agosto 2018

La leggenda del Golem di Oria raccontata da Elena Loewenthal nella rubrica Tempi Moderni de La Stampa di mercoledì 22 agosto 2018

L’uomo che sussurrava al golem
Nella Puglia della tarda antichità
il progenitore del leggendario automa
* * *
Era un ragazzo morto a Oria, magicamente restituito a un simulacro di esistenza: un cadavere ambulante che a un certo punto si stufò della monotonia della sua vita-non vita. Gli venne in soccorso Aharon, un giovane di Baghdad condannato dal padre a un periodo di esilio
* * *
Una volta, tanti di quegli anni fa che anche a volerli contare non si riuscirebbe perché ci si perderebbe nel buio dei secoli e persino dei millenni, Oria e tutta la regione di Puglia erano piene di ebrei: medici e filosofi, musicisti e rabbini, e tanti di quei «sussurratori dell’arcano», come li chiama Ahimaaz nella sua cronaca, che se ne trovavano a quasi ogni angolo di strada. Costoro erano in grado di maneggiare le parole della lingua santa, a dar loro corpo, anima e vita propria. Perché l’alfabeto ebraico non è solo un insieme di segni, ma lo strumento divino per eccellenza.

Insieme agli altri, i sussurratori dell’arcano erano approdati al tacco del nostro Stivale dall’altra sponda di quel mare Mediterraneo che divide ma anche unisce. Proteso com’è verso l’Oriente quasi in forma di braccio che si tende gentile ad accogliere, all’alba di un tempo di chissà quanto tempo fa, la Puglia era diventata la «Porta di Sion», l’approdo dei profughi ebrei messi in fuga da Tito, l’imperatore di Roma che aveva distrutto il regno d’Israele, dato fuoco al Tempio di Gerusalemme e bandito quel popolo dalla sua terra, condannandolo a una Diaspora millenaria.

Il mulo e il leone
«I miei avi», racconta Ahimaaz in rima nella sua cronaca scritta nell’XI secolo e tramandatasi in un unico manoscritto del ’300 conservato nella biblioteca della cattedrale di Toledo, in Spagna, e pubblicato a suo tempo dal compianto Cesare Colafemmina, «furono trasportati con una nave sul fiume Po» che, spiega, è il Pishon, «il primo dei fiumi dell’Eden». Da Gerusalemme, città della «bellezza perfetta», gli avi di Ahimaaz si stabilirono a Oria di Puglia, crebbero e si moltiplicarono, dettero vita a generazioni di dotti e poeti, maestri e discepoli: tutti straordinari, ciascuno a modo suo, racconta il Sefer Yuchasin, la strabiliante cronaca storica che Ahimaaz metterà per iscritto secoli dopo di allora.
Poi, un bel giorno, approda a Oria – e tra le pagine di quel libro – un tal Aharon. Viene da Baghdad. Laggiù sulle rive dell’Eufrate, che scendeva anch’esso dritto dal giardino dell’Eden, non lontano da quella terra di Ur dei Caldei dove un giorno era giunta per Abramo la chiamata dal Cielo – «Vai nel luogo dove ti dirò» -, il padre di Aharon aveva una macina e un mulo che la faceva girare. Un giorno giunse un leone e divorò il mulo.

Quando Aharon se ne accorse, data l’assenza del mulo e la presenza del leone, il giovane pensò bene di mettere il secondo al posto del primo, legandolo alla macina. Un po’ per punizione, un po’ per farla girare, visto che all’uopo il mulo non c’era più. Se non che, appena vide la scena, il padre invece di ringraziarlo andò su tutte le furie: «Hai sovvertito l’ordine delle cose, sottomettendo il leone, spezzando la sua forza per umiliarlo, mentre il Santo, sia Egli benedetto, lo ha fatto re! Aharon, sei imperdonabile, vattene lontano di qui. Stattene in esilio per un po’, sino a che Iddio non ti avrà di nuovo caro», lo congedò rabbiosamente il genitore.

Fu così che, al pari di tanti altri figli d’Israele, Aharon si mise in cammino. Lontano da casa. Lontano dalla propria terra. Verso l’ignoto. Strada facendo, dopo averne fatta tanta che, anche a volerli contare, si perderebbe ben presto il conto delle miriadi di passi, Aharon giunse a Giaffa e s’imbarcò su una nave che il caso voleva fosse diretta a Gaeta. Ivi approdato, Aharon di Baghdad diede una prima prova delle sue straordinarie facoltà: lui era infatti ben di più di un sussurratore dell’arcano, di un sapiente, di un maestro. Era un mago, che come nessun altro sapeva dare corpo, anima e vita alle parole. Un giorno rese giustizia a un ragazzo che una maga da quattro soldi aveva tramutato in un asino, trasformandolo di nuovo nel ragazzo che era prima e restituendolo sano e salvo all’angustiato padre. «Dopo questo fatto», racconta la cronaca di Ahimaaz, «Aharon dispiegò la sua sapienza, compiendo azioni potenti, ardue e difficili quanto mai».

Andava girovagando per le Puglie, e la sua fama si accresceva di giorno in giorno. Un bel giorno capitò a Benevento, dove usando la sua scienza occulta smascherò un golem. Un golem quasi come quello di Praga, ma molto, molto più vecchio. Si può anzi ben dire che quello di Puglia, che il nostro Aharon incontra a Benevento, è il «protogolem», progenitore della smisurata e forzutissima creatura che il grande rabbi Loew di Praga foggiò con le sue mani e le sue arti magiche.

Il golem di Puglia era un morto che viveva, un cadavere ambulante. Un tempo, tanto tempo prima, era stato un giovane in cammino verso la Città Santa: una madre l’aveva affidato a un mercante che vi andava tre volte all’anno in pellegrinaggio, e ogni volta che vi andava portava con sé cento monete d’argento. Quel mercante aveva promesso alla madre che le avrebbe riportato a casa, in Puglia, il figliolo sano e salvo. Intanto, quello gli avrebbe fatto da scudiero durante il lungo viaggio verso Gerusalemme, e ritorno. Ma l’Eterno, sia Egli benedetto, aveva decretato che il giovane morisse strada facendo. A dir più o meno il vero, di strada ne avevano fatta ben poca, quei due. Erano ancora in Puglia, non lontano da Oria, quando il giovane spirò. Allora il mercante si disperò oltre misura, gli occhi si riempirono di lacrime e si stracciò le vesti: «Ho giurato a sua madre di riportarglielo sano e indenne. E ora come faccio?», strepitava.

L’ordine naturale sovvertito
Vedendo la sua afflizione, alcuni sussurratori dell’arcano fecero un’incisione nella carne del braccio destro del ragazzo, e lì dove avevano inciso la carne posero il Nome del Santo, sia Egli Benedetto. Il Nome di Dio, infatti, ha il potere di dare la vita: da allora il giovane andava errando da una terra all’altra, un morto che viveva sovvertendo l’ordine naturale delle cose, e che sembrava in tutto e per tutto una creatura viva. Poi un bel giorno il mago Aharon smascherò il morto vivente. Fu il golem stesso, stufo della monotonia di quella vita che vita non era, a chiedergli di trovare il punto del suo corpo dove era nascosto il Santo Nome, perché nessun altro era mai stato in grado di scovarlo. In virtù delle sue arti magiche, Aharon andò a colpo sicuro. Appena estratto il Santo Nome dal braccio, il corpo restò senza spirito e cadde cadavere putrefatto, come se fosse da molti anni in decomposizione: carne tornata alla polvere da cui era venuta. E tutti andarono in pace.

Fonte La Stampa – Autrice Elena Loewenthal – CC BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

La leggenda del Golem di Oria raccontata da Elena Loewenthal su La Stampa di Torino

Argomenti correlati: , ,

COMMENTA L'ARTICOLO